Che cosa è un nome

La caccia | Trasmessa il: 10/02/2011


    Che cosa è un nome

    Che cosa è un nome?” si chiedeva Giulietta nella celebre scena del balcone (II, 2), spiegando a se stessa che quella che noi chiamiamo rosa, se pure si chiamasse in un altro modo manterrebbe comunque il suo soave profumo. E avrebbe potuto aggiungere che anche Berlusconi, se non si chiamasse Berlusconi, sarebbe lo stesso quell'uomo moralmente discutibile che è, anche se, da giovinetta ben nata, non avrebbe mai usato lo stesso appellativo di quel ministro dell'attuale governo che ha definito senza mezzi termini il suo presidente un puttaniere, sia pure santo. Ed è inutile che mi spieghiate che Giulietta, per ovvi motivi, non poteva conoscere Berlusconi, perché in queste faccende è il concetto che conta e le citazioni sono fatte apposta per essere spese.
    Comunque, che il nome dell'attuale presidente del consiglio non sia poi di grande interesse in sé deve pensarlo, per diversi motivi, anche il cardinale Bagnasco. Sarà per questo che nel suo discorso di apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei, quello degli “atti licenziosi” e delle “relazioni improprie” in politica, si è guardato bene dal fare il nome di colui che di tali atti e relazioni, per concorde giudizio degli osservatori, è il principale protagonista. Ha detto che “si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”, che in Italia “c'è una questione morale” che “non è un'invenzione mediatica” e che bisogna – di conseguenza – purificare l'aria “perché le nuove generazioni non restino avvelenate”, ma un nome che fosse un nome, laudato Deo, non glielo ha tirato fuori nessuno. Si dice il peccato, si sa, ma non il peccatore, o almeno la chiesa non lo dice quando il peccatore è ricco e potente, perché quando a peccare è un povero cristo qualsiasi non ha mai esitato a citarne oltre al nome il cognome e lo stato di famiglia, prima e dopo il caso del Vescovo di Prato. Poco male, comunque, visto che a chi e a che cosa il presule si riferisse lo hanno capito tutti, tanto è vero che “Repubblica” il giorno dopo ha potuto intitolare a piena pagina “I vescovi contro Berlusconi” e il “Corriere”, pur senza spingersi a tanto ha parlato nel catenaccio della seconda pagina di “attacco implicito al premier” e riferisce su tre colonne alla pagina successiva della relativa “amarezza del Cavaliere”.
    Tutto bene, dunque? Possiamo davvero compiacerci, per citare un altro titolo del quotidiano di via Solferino, di “un messaggio netto che archivia l'asse tra la Cei e Berlusconi”? Non vorrei sembrarvi incontentabile, ma io proprio non sono riuscito a convincermene. Tra gli attacchi impliciti e quelli espliciti continuo a percepire una certa palpabile differenza. Da quelli espliciti, per esempio, non ci si può ritrarre, salvo forse invitando i vescovi a fare il loro mestiere e a non cacciare il becco nelle questioni secolari, cosa che, a parte il solito Bossi, che può dire quello che vuole, che tanto non gli bada nessuno, non mi sembra che i membri dell'attuale maggioranza (e, quanto a questo, quelli dell'opposizione) siano particolarmente propensi a fare. Di fronte a quelli impliciti, invece, ci sono mille modi per svicolare. In effetti i seguaci del Berlusca li hanno utilizzati tutti, a partire dall'ineffabile Maurizio Lupi, che in queste cose, notoriamente, è un maestro, secondo il quale “ognuno di noi deve farsi un esame di coscienza, certo” ma le parole di Bagnasco non vanno strumentalizzate, perché il suo è stato, sì, “un richiamo inequivocabile,” ma un richiamo che interessa “chiunque abbia responsabilità politiche” perché “la moralità è un'emergenza che non riguarda mica solo Berlusconi” e la questione morale “non è solo un problema di atti sessuali”, tanto è vero che “in nessun passaggio del discorso di Bagnasco è scritto 'Berlusconi'”, appunto. Anche Maurizio Sacconi, del resto, ha dichiarato che “le parole di Bagnasco, pur legittime e comprensibili, rischiano di venire strumentalizzate” e Osvaldo Napoli ha chiosato che “i vescovi non hanno criticato l'uomo Berlusconi né il presidente del consiglio Silvio Berlusconi”, ma hanno soltanto “richiamato il ceto politico a comportamenti di sobrietà e al senso della misura che vale per tutti.” La morale, in definitiva, è quella che meglio di tutti ha tratto il pio Formigoni, secondo il quale “ognuno di noi deve chiedere perdono a Dio,” proposito su cui è difficile non dargli ragione, ma che come progetto politico sembra un po' scolorito.
    È difficile che il cardinale non prevedesse, al momento della sua prolusione, la possibilità di queste e analoghe scappatoie: nessuno meglio di un principe della chiesa può conoscere la differenza tra il condannare un dato individuo e l'ammonire “chiunque”. Onde la necessità di chiedersi i motivi della sua scelta, nel senso che se il presidente dei vescovi italiani avesse voluto attaccare il governo e il suo capo niente gli avrebbe impedito di farlo per nome e cognome, mentre se avesse preferito non farlo, nessuno ce lo avrebbe potuto costringere, ma la decisione di limitarsi, per così dire, a un mezzo attacco, a una reprimenda generica risponde a una logica che va in qualche modo indagata.
    Il fatto è che non si ha l'impressione che i vescovi siano davvero stanchi di questo governo, come la più parte degli altri cittadini italiani. Negli anni ne hanno avuto molto e molto si aspettano ancora di averne. Pochi hanno notato che nella stessa sede in cui Bagnasco ha tenuto la sua prolusione, si è parlato parecchio della legge sul testamento biologico e sulla necessità di approvarla sollecitamente. E ci sono parecchi altri contenziosi aperti, tra cui – spinosissimo – quello sull'Ici sulle proprietà ecclesiastiche e, più in generale, della partecipazione dell clero ai sacrifici richiesti dalla crisi al paese. Ora, non ci sono particolari motivi di temere che un eventuale governo alternativo riserverebbe alla chiesa un trattamento diverso dall'attuale, ma perché correre dei rischi? È sempre meglio appoggiarsi agli amici di sempre e attenersi alle prassi consolidate ed è un peccato che i comportamenti berlusconeschi rendano sempre più imbarazzante una identificazione con il centrodestra. Per cui qualcuno può aver deciso di azzardare un richiamo all'ordine, un invito a darsi una regolata, un memento sulla potenza di fuoco della gerarchia e chi avrà orecchie per intendere intenderà senz'altro. A volte il fare o il non fare un nome può rappresentare la differenza tra il monito severo di un pastore di anime e un più corrivo avvertimento in stile mafioso.

    02.10.'11