Che non ci fosse più religione lo si affermava, una volta, per commentare
questa o quella situazione di particolare rilassatezza morale. Dico
una volta, perché oggi, almeno a giudicare dalla popolarità mediatica del
papa, dai diktat del cardinale Ruini e dalla prontezza con cui vi ci si
adeguano i vari Rutelli, l’impressione è che di religione, in giro, ce
ne sia anche troppa. E se è vero che certe anime buone possono ritenere
che i fenomeni di cui sopra con la fede in Dio non abbiano poi molto a
che fare, è anche vero che la questione è sub judice e in questa sede non
possiamo certo pretendere di affrontarla. Non è detto, comunque,
che religione e fede in Dio, nel sistema corrente degli scambi ideologici,
debbano di necessità identificarsi.
In compenso, ci si può azzardare a sostenere
con una certa ragionevolezza che non c’è più mitologia. L’osservazione,
naturalmente, va calibrata con cura, visto che di miti ne circolano tuttora
parecchi e di gente che ci crede continua a essercene una marea. Ma
è certo che la cara vecchia mitologia che ci insegnavano a scuola, quel
corpus organico di racconti sugli dei e sugli eroi di cui si sostanziava
la poesia dei nostri maggiori, ha perso da un pezzo il suo appeal.
Sarà la crisi degli studi classici, sarà il pressappochismo imperante,
ma è un fatto che quando qualcuno, nel parlare corrente o in qualche occasione
ufficiale, azzarda una citazione mitologica, nove volte su dieci la sbaglia.
Prendiamo Berlusconi, per esempio. Gli
è capitato parecchie volte, in campagna elettorale, di dichiarare che quanti
tra i suoi avversari prevedevano grossi guai per il paese se lui fosse
rimasto in sella (guai, soprattutto, dal punto di vista economico e sociale)
non fossero altro che delle “cassandre”, dei profeti di sventura destinati
a restare delusi. Be’, questa i salesiani, presso cui l’ex Presidente
si vanta di avere fatto il liceo, non gliela avrebbero lasciata di certo
passare. Cassandra, la più bella delle figlie di Priamo e di Ecuba,
non aveva ricevuto da Apollo il dono di prevedere le sventure (quello era,
se mai, un portato dei tempi), ma la maledizione di riconoscere chiaramente
la verità, quale che essa fosse. Le sue profezie erano più precise
di una statistica dell’Eurostat e il fatto che non ci credesse nessuno
andava a totale disdoro degli increduli, non certo di lei.
Sì, va bene, direte voi, ma Berlusconi è Berlusconi
e sappiamo tutti che a volte gli capita di parlare, come si dice, per dar
aria alla bocca. Ma Bertinotti allora? Il Presidente della
Camera, ne converrete, è uomo di tutt’altra pasta, di ben diverso spessore
culturale e morale. Eppure è andato anche lui ad arenarsi nelle
secche infide degli esempi mitologici. Ha detto martedì scorso, parlando
a certi manager riuniti a villa Miani, a Roma per sentir discutere di “leadership
e narcisismo, rischi e opportunità” nell’ambito delle “Economist Conferences”
, qualsiasi cosa esse siano, che “un uomo politico che appare sistematicamente
in pubblico deve essere un narciso” e che “negarlo è ipocrita”. E,
stando al “Corriere” del giorno dopo, ha corroborato tale opinione con
qualche garbata allusione al Pontefice e persino con un sommesso riconoscimento
autocritico.
Tutti, sembra, si sono divertiti assai e lo
hanno trovato spiritosissimo. Ma perché tutti, evidentemente, hanno
preso il suo stesso abbaglio. È vero che oggi con il termine “narcisismo”
si intende, nella psicologia spicciola se non in quella ufficiale, una
certa, innocua tendenza a bearsi con la contemplazione di sé, ma questa
accezione non esaurisce la valenza del personaggio Narciso. Gli antichi
(Ovidio, per esempio) raccontavano la sua storia per far capire che concentrarsi
su se stesso può condurre, alla lettera, in acque molto pericolose.
Era, questo Narciso, il figlio del dio fiume Cefiso e della ninfa Liriope
(un demone acquatico, quindi, nel linguaggio degli studiosi moderni) ed
era così bello che tutte, ma proprio tutte, se ne innamoravano, senza peraltro
riuscire a far breccia nel suo durissimo cuore. Vittima del suo fascino
fu, tra le altre, la ninfa Eco, che se ne strusse tanto da sparire, lasciando
a ricordo di sé soltanto la voce disincarnata. Sì che fu una giusta
vendetta degli dei quando lo sciagurato, vedendo all’improvviso la propria
immagine riflessa in uno specchio di acqua se ne innamorò follemente a
sua volta e morì consumato di questo impossibile amore (o, come meno poeticamente
raccontano altre versioni, annegato nel vano tentativo di abbracciare quella
figura riflessa). Un personaggio negativo, dunque, incapace di relazionarsi
con gli altri e destinato a perire vanamente come vanamente era vissuto.
Io non credo, naturalmente, che Bertinotti
– svarioni mitologici a parte – possa essere considerato un Narciso di
questo genere. L’uomo è troppo di solido buon senso per perdere
il contatto con la realtà e, quanto a compiacimento di sé, sembra di gran
lunga meno portato del suo immediato predecessore. Chi proprio lo
volesse paragonare a una figura mitologica, almeno a giudicare dalla disinvoltura
con cui, in questi giorni, si è calato nei panni istituzionali, come se
non avesse mai fatto altro in vita sua che ricevere ambasciatori, partecipare
ad assemblee della Banca d’Italia e assistere a parate militari, potrebbe,
se mai, proporre quella di Proteo, il dio marino che era in grado di assumere
mille forme, di acqua, di fuoco e di animale, e si avvaleva di questa facoltà
soprattutto per sfuggire a chi gli poneva delle domande troppo precise.
Ma questa, naturalmente, non è una caratteristica esclusiva di Bertinotti:
coinvolge, piuttosto, tutti i politici, che dalla capacità di presentarsi
sotto aspetti diversi, a costo di eludere, a volte, le aspettative altrui,
traggono la propria inesausta vitalità. A patto, naturalmente, che
riescano a tenersi lontano dagli specchi d’acqua.
04.06.’06
Nota
Di Cassandra parla già Omero, ma la sua caratterizzazione definitiva è
quella tragica dell’Agamennone di Eschilo. Il racconto completo
delle sue vicende si legge nella Biblioteca dello Pseudo Apollodoro (III,
12, 5). La versione ovidiana del mito di Narciso si trova in Metamorfosi,
III, 341-510). Per Proteo si può vedere soprattutto l’Odissea, IV,
351-570.