Dire e non dire

La caccia | Trasmessa il: 05/04/2008


    Dobbiamo essere grati a Marco Rovelli, che al tema delle cosiddette “morti bianche”, gli infortuni mortali sul lavoro, ha dedicato un libro, per averci ricordato, in diverse sedi, tra le quali un'intervista qui in radio mercoledì 30, che quell'espressione – “morti bianche”, dico – non rappresenta soltanto un eufemismo, ma è il frutto di una deliberata volontà di svalorizzazione semantica. Nel linguaggio pubblicistico degli anni '70, di fatto, quegli eventi venivano definiti comunemente “omicidi bianchi”: “omicidi” in quanto direttamente imputabili alla responsabilità di chi, per avidità di sfruttamento e indifferenza alla sicurezza altrui, organizzava e imponeva le condizioni di lavoro che li determinavano e “bianchi” perché non venivano, di regola, né perseguiti in sede giudiziaria né riprovati sul piano sociale. Un omicidio, naturalmente, non può mai essere “bianco”, almeno se diamo all'aggettivo il suo valore simbolico più comune, che è quello dell'innocenza, ma appunto il fatto di definirlo tale innescava una sorta di effetto ossimorico, che permetteva, al tempo stesso, di negarne la natura accidentale, individuarne uno o più diretti responsabili e deprecarne l'impunità. Una espressione, insomma, che poteva nascere e allignare soltanto in quegli anni, come parte del tentativo allora corrente di abbattere il muro che separava il mondo della comunicazione dalla cultura operaia.
    Quegli anni sono passati, quel tentativo è sostanzialmente fallito, il mondo della comunicazione è stato riportate sotto ferreo controllo padronale, gli operai non sono più quelli e chissà se ne sopravvivono ancora, ma di morti sul lavoro continuano a verificarsene con spaventosa regolarità e in qualche modo bisogna pur definirle. E così è saltato fuori, chissà per iniziativa di chi, questo termine di “morti bianche”, che nel contesto, a veder bene, non significa assolutamente nulla, ma riesce ad assumere comunque un forte valore attenuativo. È strano, a pensarci: la parola “morte” è una di quelle che più volentieri, nel linguaggio corrente, si evitano, preferendo i più sostituirla con varie espressioni eufemistiche (“decesso”, “trapasso”, “scomparsa” e chi più ne ha più ne metta), ma in certi casi può diventare essa stessa un eufemismo, quando si tratta, per esempio, di non volerne attribuire la responsabilità a qualcuno. La morte, si sa, tocca a chi tocca e il fatto stesso che la si aggettivi come bianca significa che non è colpa di nessuno, che è un fatto, in un certo modo, innocente e casuale, come il destino di chi venga sorpreso e travolto, in un passaggio montano, da una valanga (che è, credo, il contesto originario in cui l'espressione era nata). Al massimo è colpa sua. Ora, non è strano, naturalmente, che il padronato e la sua stampa preferiscano definire in tal modo quelli che per loro sono dei normali “incidenti”: è curioso, piuttosto, che l'espressione abbiamo cominciato a usarla noi.
    Agli eufemismi, d'altronde, ci si abitua presto. Sono integrati nel nostro linguaggio a un punto tale che il più delle volte non ci accorgiamo nemmeno che di eufemismi si tratta. Nessuno, per esempio, si sofferma a riflettere sui vari meccanismi di metonimia e continuità semantica e spaziale che si mettono in atto per dire che si va “in bagno” ogni volta che ci si apparta con tutt'altra intenzione di quella di lavarsi. Eppure, una loro pregnanza ideologica aggiuntiva quei termini la conservano sempre, almeno finché l'uso non li ricategorizza definitivamente come forme “normali”, e se di solito il loro impiego è abbastanza innocente, nel senso che si limita a evitarci il riferimento esplicito a contesti che consideriamo sgradevoli, imbarazzanti o sconvenienti, bisogna sempre tener conto dei motivi e dei criteri per cui essi ci sembrano tali. Insomma, è sempre meglio starci un po' attenti, perché, come nel caso in questione, c'è chi se ne serve per dire e non dire, per nascondere agli altri qualcosa che, per suo peculiare interesse, preferisce non palesare. Tale è d'altronde, come sappiamo, la funzione primaria dell'ideologia e gli usi linguistici ne sono uno dei veicoli principali.
    D'altro canto, si può fare dell'eufemismo in varie maniere. Non è necessario attenuare o rimuovere l'oggetto della comunicazione: lo si può anche benissimo esibire ed enfatizzare e, date certe condizioni, il risultato sarà lo stesso. Quando il prossimo ministro Bossi, tanto per cambiare argomento, dice che lui ha trecentomila martiri pronti con i fucili sempre caldi, o qualcosa del genere, non sembra ricorrere esattamente a un eufemismo, ma in realtà non fa altro. Il messaggio è talmente esagerato e scombinato (visto che i martiri, una volta resi tali, non sono più in grado di usare fucili, caldi o freddi che siano), che la tentazione di tenerlo in non cale è addirittura irresistibile. Certo, se l'eminente statista avesse detto qualcosa come “disponiamo di quindici tiratori scelti ben addestrati”, la cosa avrebbe anche potuto suscitare qualche reazione preoccupata e interessare – magari – le autorità competenti, ma trecentomila martiri con i fucili caldi, suvvia, sappiamo tutti che lui parla così. E non ci rendiamo conto che, in quel modo, una certa minaccia è passata, una dichiarazione relative alle possibili reazioni in caso di mancata accoglienza delle sue pretese è stata debitamente formulata e recepita, che chi doveva intendere ha inteso. Bossi in queste cose è bravissimo: si è costruito da tempo l'immagine di quello che dice quello che vuole, perché lui è fatto così e non è il caso di scandalizzarsi e al riparo di quell'usbergo può permettersi quello che a personaggi più posati sarebbe precluso. Per che altro motivo, scusate, crediate che vada sempre in giro a sparare cazzate e volgarità, come quando, nella solenne cornice dell'aula parlamentare, chiede a Casini se lo ha “preso in quel posto” o si intrattiene con Bersani sul fatto che il successo della Lega in Emilia è dovuto al fatto che i lombardi sono calati in massa nella regione a trombare le bellezze locali e a quelle, evidentemente, è piaciuto? Sono espressioni che, se pronunciate da un ragazzotto in un qualsiasi asilo o educandato della bassa Brianza gli varrebbero, come minimo, un energico scappellotto dalla suora di turno o il lavaggio della bocca con il sapone, ma a lui servono, appunto, per mettere le mani avanti.
    Il fatto è che tra il dire e il non dire, tra gli eufemismi e le esagerazioni calcolate, il linguaggio politico del paese si sta facendo sempre più incomprensibile. Che è anche questo un segno dei tempi che si preparano, perché se non è previsto, per il futuro, alcun dialogo (e con chi si dovrebbe dialogare? Con Bossi e con Alemanno?) un linguaggio comprensibile, semplicemente non serve. Il capo, per conto suo, si esprime solo attraverso le barzellette, ma si sa che le barzellette dei capi non divertono mai.

    04.05.'08


    Nota

    Il libro di Marco Rovelli si intitola “Lavorare uccide” ed è edito da BUR – Futuropassato, 2008.